viaggi: Copenhagen
Copenhagen è una città fiaba. Nell’attraversarla si incontrano gnomi, animali e donnine di pietra, draghi a non finire e demoni.





Dentro Copenhagen c’è un’altra piccola città, dove qualsiasi cosa è decorata, e se può contenere qualcosa tanto meglio, perché conterrà erba e fiori.




Qui bambini, cani e vecchi tossici rappacificati girano liberamente per le strade, dove nel primo pomeriggio bancarelle molto discrete, in Pusher Street, vendono sacchettini di marijuana al riparo di teloni mimetici.
I giochi per i bambini ne risentono il benifico effetto.




Con risultati che a volte ti lasciano lì davanti a pensare.


Disordine, accumulo e una vera smania decorativa. Una poesia spontanea nei luoghi, nei pensieri che devono averli preceduti per realizzarli.
Una bella giornata fuori dal mondo.
rapide riflessioni per costruire una coscienza possibilmente salda
In metropolitana, dove non piove, dove il pavimento viene lavato raramente, un quarantenne cinese scatarra, io mi volto di scatto e lo fulmino con lo sguardo. Rimango a fissarlo, e lui fissa me, finché non abbassa gli occhi e ingoia.
Poche ore prima ero a pranzo in un orribile bar coi tavolini all’aperto, vicino a una fila di taxi. Tra le Prius, una station wagon aspettava col motore acceso. Cinque minuti, dieci, un quarto d’ora. Ho dovuto fare uno sforzo, ma l’ho fatto, per alzarmi e andargli a dire: “Scusi, potrebbe spegnere il motore?”
“No”.
“Perché?”
“Perché dovrei farlo?”
“Perché c’è gente che sta mangiando, vede?”.
“Venga lei a lavorare al posto mio”
“E cosa c’entra. Io torno a lavorare dopo questa specie di pranzo. Anch’io lavoro”.
“Io non la spengo”.
“…anche per una questione di rispetto, in generale. Poi se ognuno vuol fare quel che cazzo gli pare…”.
“Io faccio quel che cazzo mi pare”.
“Allora quand’è così…”.
Non sono mai stata una rompicoglioni del genere. Sara’ l’età? O che tutto fa sempre più schifo? Non lo so, a me fa sempre più schifo tutto.
E come ci si dovrebbe comportare? Prima mi rinchiudevo in me stessa, mettevo le cuffie, ascoltavo musica inglese, mi sentivo distante. Adesso no. Mi sembra giusto provare a fare qualcosa per migliorare il mondo. Prima trovavo anche patetico chi ragionava così, col buonismo del “nel mio piccolo”. Anzi, lo trovo ancora patetico, mi trovo patetica, quindi. Avrei dovuto cagargli sul cofano per sfuggire al mio patetismo, per colpirlo con la stessa arma del faccio quel che cazzo mi pare anch’io.
Comunque, poco dopo… Non c’entra niente, ma poco dopo ero in ufficio, parlavo con Maura. Piccola donna, grande vissuto, testa eccezionale piena di idee ed entusiasmo, rara intelligenza profonda e veloce insieme, rarissima. Quando lei parla rimango ad ascoltarla e basta, al massimo annuisco, divento spettatrice delle sue performance estemporanee. Al di là dell’essere d’accordo o meno, di capire o meno, di riuscire a seguirla. E a valanga raccontava il suo quotidiano, che vive con un taglio strambo e sospeso. Quindi anche del suo filippino, non racconta i banali scambi, i banali scazzi, ma tutte le implicazioni in soggettiva. Non so bene cosa mi abbia raccontato, l’unica cosa che ho potuto risponderle è che anch’io ho una signora cingalese che viene a farmi le pulizie una volta a settimana, e mi faccio prendere per pietà. Lavorare, lavora il meno possibile, ma a me fa pena e la perdono.
Maura ha detto che lei non ha pietà, invece. Notare bene, è una persona di una sensibilità spiccata. Ma dice che lei ha ottenuto di essere ciò che è solo grazie a sé stessa. Perciò anche gli altri facciano lo stesso.
Partire da qui o partire dallo Sry Lanka può darsi non sia uguale, ma non importa. E’ il sacrificio, è la capacità di ottenere le cose senza astuzie subdole, che conta. Questo, più o meno, diceva Maura. E io lì a insistere sulla buona fede e l’onestà. Saranno mica cazzate?
Perché gli stessi discorsi, partiti da occasioni diverse, li facevo tempo fa con Cesare. Parlavamo di politica. Nel triste panorama politico nazionale, come si dice, alla fine Di Pietro a me piace.
“Di Pietro?” Era incredulo, ha detto che il suo giustizialismo e’ proprio la cosa più odiosa che possa esistere in politica. Non ha torto, “Ma nel triste panorama politico eccetera eccetera… alla fine”, ho detto, “rimane il più onesto”.
E qui Cesare mi ha fatto capire una cosa che non avevo mai considerato. Che l’onestà non è un valore assoluto. Cesare preferisce il politico che FA le cose. Non importa con quali mezzi, vanno bene anche quelli sporchi, se servono a concludere qualcosa. Certo, il panorama è triste, eccetera eccetera, e allo stato attuale non ce n’è nessuno che FACCIA le cose, quindi siamo messi male e basta. Ma la mia ricerca dell’onestà non mi porta da nessuna parte. Che cavolo di valore elementare mi ero scelta per qualificare il mondo? Una creduloneria da giovane marmotta.
computer says no
Avrei voluto farmi un po’ di cazzetti miei in camera, Teodor l’ho messo a dormire nel suo letto di nuovo, ha accettato di buon grado anche stasera, ma sicuramente entro mezzanotte verrà barcollando a cercarci in sala e andremo a dormire tutti e tre insieme nel lettone.
E’ bello, è la serenità e il senso della vita che si spalanca.
Avrei voluto andare di là in camera mia a leggermi qualcosa, ma come dicevo sono in sala. Mio marito mi ha portato una pesca, guardiamo la tv. A incollarmi qui è stato anche un telefilm su Mtv, I hate my thirties. Diretto ai postadolescenti americani che devono ingoiare il definitivo rospo esistenziale, rassegnarsi. Si adatta bene anche a noi, e l’umorismo è spiazzante, cinico.
Bravissimi sono anche Matt Lucas e David Vallaims, che fanno Little Britain. Alcuni pezzi a caso da youtube: qui una panoramica, qui e qui Linda, la segretaria del preside (il mio personaggio preferito). Inglesissimo, provincia grottesca.
Oggi Teodor ha imparato a dire sì!
Ho riordinato casa, c’era un casino.
viaggi . san pietroburgo
per ora carico solo il link su flickr… prima o poi vorrei scriverne qualcosa, su questo viaggio strano. Una città immobile nel tempo, fatta di facciate fasulle e interni marci, specchi per le allodole e miseria, con una storia costruita su omicidi, tradimenti, smania di potere, ma anche sulla poesia e la dolcezza.
A chi non ha visto la scena questa foto apparirà insignificante. Io che l’ho vista invece ho dovuto immortalarla. Uno zingaro napoletano, sotto casa mia, che ce l’ha con dei ragazzi africani seduti pacificamente davanti a un distributore di snack. “Chist song mariuoli”, diceva. E loro lo guardavano come il bobtail guarda lo yorkshire che gli abbaia contro. Ma la cosa che mi è piaciuta di più è stata la postura da bullo con cui se ne è andato il mariuolo napoletano, perfetta con quella canottiera, coi jeans arrotolati sulla caviglia, che qui purtroppo non si vedono.
Anche tutta la merda sui marciapiedi non stona con l’insieme.






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